Clown

Tribute to Federico Fellini

“Appena ti fabbrichi un pensiero, rìdici sopra”. Federico Fellini

Clown di Sabrina Aureli

EDITING: SABRINA AURELI

Music: Emeli Sande “Clown”

“Appena ti fabbrichi un pensiero, rìdici sopra” sono parole che Federico Fellini citava spesso, non solo a proposito dei “I clowns”, ma contengono anche altre possibili chiavi di lettura della sua opera. Rapportate alla sontuosa sostanza immaginaria e visiva di cui è fatto il suo cinema, sembrano infatti voler segnalare quell’istanza critica che puntualmente, all’interno di quel fenomeno estetico all’apparenza concluso in sé, emerge a corroderne il meccanismo di identificazione, a irriderne l’assolutezza, a vanificarne le certezze. Il dubbio si espande: l’immagine glorifica la bellezza dell’illusione e contemporaneamente ne svela la natura di illusione. Lo smascheramento non sminuisce tuttavia la bellezza, l’incanto, la vitalità della creazione. Ma neppure vitalità, incanto e bellezza si oppongono alla derisione, al giudizio. Presenti in tutti i film di Fellini, ne sono il centro germinativo, ogni volta fonte di felicità, e nel contempo cifra di un inganno evidente. Inaspettatamente ci si trova all’interno di una felicità di genere nuovo, ottenuta attraverso la consapevolezza della sua vacuità. Felicità che mantiene la gioia della sorpresa all’interno della consapevolezza che corrode la perfezione. L’unità dell’opera felliniana, dal punto di vista tecnico, si costituisce intorno alla scoperta del ‘falso’ e all’elaborazione dell’artificio scenico. Proprio questa sorta di filosofia ‒ la filosofia di un ritmo ‒ egli vede il film che sta girando come un tutto in movimento, nel quale anche quanto accade durante le riprese è in grado di invadere il film stesso, di spostarlo, di cambiarne il corso. Le difficoltà impreviste, gli ostacoli di ogni natura suggeriscono soluzioni che possono generare sviluppi di una poetica inattesa e le consentono di attingere a strati più appartati dell’immaginario, impensati, ignoti. La consapevolezza della ricerca della rappresentazione dell’ignoto e del profondo emerge con grande chiarezza nella scelta dei progetti. Il sogno può essere detto la cifra della creazione per Fellini. Non che in lui fosse secondaria la percezione del reale, del mondo della veglia: era in effetti uomo della luce ‒ luce edenica e onirica, certo, ma anche luce del giorno. Il senso del sogno nei film va ricondotto a questa prospettiva d’insieme. Ma pure andrà subito osservato che per Fellini il sogno non è soltanto ‒ e forse non soprattutto ‒ ciò che avviene nel sonno (al quale era attentissimo, come testimoniano i tre grandi quaderni nei quali ha registrato, raccontandoli e illustrandoli, i suoi sogni per diversi anni). Nei film, più che narrazioni concluse, i sogni sono nuclei originari, riserva di energia, alimenti per l’immaginazione creatrice. Infine, per interpretare e situare i diversi livelli della creazione in Fellini, evocare la sua straordinaria sensibilità agli stati-limite, una sensibilità chiaramente legata all’universo onirico, che egli aveva sviluppato fin dall’infanzia. . E sarà in effetti la vibrazione nettuniana a comunicare al film, al di là dei presupposti negativi, un’intensità e uno spessore accattivanti. Egli enunciava un altro paradosso della sua creazione, un’utopia del cinema ‒ molto vicina alla volontà di rappresentare l’irrappresentabile ‒ che esprimeva quando pensava di portare quelle sensazioni, quelle misteriose epifanie nei film, ovvero di rendere visibile il luogo stesso dell’assenza dell’immagine. Ed è proprio in questo paradosso che si trova forse il segreto, il cuore germinativo di un’opera dalla tensione ineguagliabile verso un linguaggio cui allude l’apparizione, fulmineo, fragile, in bilico tra nascere e scomparire.

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